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Come affrontare l’adolescenza dei figli, è sconsigliato fare il genitore ‘amico’

Inutile negarlo, chi più chi meno, tutti i genitori temono l’arrivo dell’ adolescenza dei figli. Il bambino dolce e affettuoso si trasforma spesso in un ragazzino musone, scontroso, silenzioso e scostante. Un cambiamento che sembra repentino, ma che semplicemente fa parte di una fase della crescita inevitabile, tanto per i figli quanto per i genitori. Per affrontare i cambiamenti e lo sviluppo del proprio figlio nel giusto modo non esistono regole e manuali pronti all’uso.

L’adolescenza segna uno spartiacque tra quel che è stato prima e quel che verrà dopo. Non solo rappresenta un passaggio importante per l’autodeterminazione del giovane e per l’affermazione della sua indipendenza ma diventa anche per i genitori una sfida ad essere aperti al cambiamento.

I genitori devono essere consapevoli che tutti sono chiamati a rimettersi in gioco per promuovere un nuovo tipo di relazione ed una nuova modalità di comunicazione. Abbiamo approfondito il tema con la dottoressa Silvia Caldironi, psicologa e psicoterapeuta di Padova.

Dottoressa, come mai all’improvviso sembra che genitori e figli non si riconoscano più. Cosa accade e cosa muta tra genitori e figli?

È vero, spesso l’adolescenza spaventa i genitori; ma non bisogna farsi spaventare! – esordisce la dottoressa Silvia Caldironi – Pre-occuparsi sì, nel senso di occuparsene, ma mai spaventarsi. Chi si spaventa è perduto, nel senso che quello di cui gli adolescenti hanno bisogno è di trovare nei genitori un atteggiamento saldo, in cui non c’è posto per la paura: ne hanno già abbastanza loro, di paura, per i cambiamenti che affrontano! Bisogna pensare che lo spavento davanti al cambiamento dell’altro che sta cercando di conquistarsi la sua emancipazione, cioè di diventare adulto, non aiuta la possibilità di definirsi come persona e di acquisire una “sana” autostima. Bisogna accompagnare il processo. Certo, la fase del “non ti riconosco più” è inevitabile, è davvero come trovarsi in mezzo ad una tempesta in alto mare. Cosa si deve fare? Stare saldamente fedeli a se stessi. Sia i genitori che i figli hanno bisogno di sapere che un punto di appoggio sicuro e forte esiste sempre. Per quanto possano cambiare i rapporti, per quanto esploda la ribellione, il messaggio deve essere sempre di presenza e disponibilità; che attenzione, non vuol dire accondiscendenza ad ogni costo….”

E’ naturale che il rapporto in questa fase diventi più conflittuale, ma quali possono essere le strategie per non esasperare lo scontro e la contrapposizione che i giovani cercano?

È difficile individuare una o più strategie generalizzabili, che vadano bene per tutti. Ogni individuo ha le sue caratteristiche, le sue tendenze, il suo modo di interagire con l’ambiente, e così pure ogni gruppo familiare, che è fatto sempre da un insieme di individui, ciascuno con le proprie caratteristiche etc. Genericamente, la strategia migliore potrebbe essere l’ascolto. Saper ascoltare le ragioni dei figli non serve solo a capire meglio cosa sta succedendo, ma probabilmente trasmette anche a questi l’importanza dell’ascolto. Detto così sembra banale: in realtà saper ascoltare è tutt’altro che semplice. Non solo si ascolta l’altro, ma si deve mettere d’accordo ciò che si sente, ciò che si pensa, ciò in cui si crede e alla fine, ciò che si è, con tutto quello che l’altro ci mette davanti. Inoltre, è piuttosto importante tenere presente la propria adolescenza: come ero io all’età che ha ora mio figlio? Questo dovrebbe aiutare a capire meglio quello che gli accade”.

Nell’avventura che è quella di diventare genitori, spesso ci si sente inadeguati. Qual è la modalità migliore per accettare i cambiamenti del figlio e trovare una nuova modalità di scambio e comunicazione?

Sentirsi inadeguati può rappresentare l’occasione, la spinta, per cercare di migliorare sé stessi, per mettersi in discussione. È interessante capire che anche l’adolescente si sente inadeguato; quindi, che l’inadeguatezza è un passaggio obbligato verso una “competenza” conquistata”.

Da un punto di vista educativo e formativo, meglio il genitore “amico” o il genitore che si relaziona con il figlio con credibilità, autorevolezza e fermezza dosata con la giusta dose d’incoraggiamento ?

Il genitore “amico” è spesso una storpiatura di un buon ascolto genitoriale. È fondamentalmente il bisogno del genitore di tenere sotto controllo la situazione, ma anche spessissimo la sua necessità di sentirsi sempre giovane. In questo caso rappresenta soprattutto la negazione del ruolo genitoriale e l’annullamento delle differenze generazionali, che sono assolutamente indispensabili per l’evoluzione degli individui e della società”.

Un’infanzia serena e seguita con attenzione dai genitori può prevenire un’adolescenza turbolenta?

Chi può dirlo? Non dipende tutto dalla famiglia, i fattori sono tanti e diversi caso per caso. In teoria sì, ma teniamo presente che le definizioni generiche possono trarre in inganno. Si sa bene, ad esempio, che gli “eccessi” di accudimento fanno danni altrettanto gravi quanto la trascuratezza e l’abbandono. Un’attenzione eccessiva, ansiosa, può rappresentare un buon terreno per una ribellione massiccia…che in questo caso definirei anche sana e necessaria. Dobbiamo comunque pensare che gli atteggiamenti ribelli, oppositivi, conflittuali servono alla formazione di un Sé distinto e alla acquisizione dell’indipendenza. Non vanno sottovalutati, certamente: un genitore deve stare sempre in ascolto di ciò che accade, con discrezione ma pronto a intervenire quando serve. Non bisogna distrarsi, questo è certo”.

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