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Le maschere del Carnevale, una tradizione che risale al Medioevo

Martedì Grasso è l’ultimo giorno di Carnevale nel rito Romano, l’ultimo giorno di sfilate dei carri allegorici e delle tradizionali maschere di Carnevale, che tanto piacciono ai bambini. I festeggiamenti, come tradizione vuole, finiranno con il rogo di Re Carnevale, che porrà fine al periodo di fasti per entrare nella Quaresima. Le prime testimonianze documentate del Carnevale risalgono all’epoca medievale e parlano di una festa caratterizzata da uno sregolato godimento di cibi, bevande e piaceri sensuali; della sovversione dell’ordine sociale vigente con scambio dei ruoli soliti, nascondendo la vera identità dietro delle maschere. Le maschere di Carnevale, dunque, hanno radici ben profonde.

Arlecchino

La maschera di Arlecchino è di tradizione italiana, proviene dalla Lombardia. E’ tra le maschere di Carnevale più famose. Nato a Bergamo, è molto conosciuto per il suo vestito di “cento” colori. Il suo vestito è così colorato perché, essendo povero, i suoi amici, in occasione del Carnevale, gli regalano dei pezzi di stoffa avanzati dai loro costumi, in modo che possa averne uno anche lui.

Pare anche che la madre, poverissima, gli abbia cucito il vivace costume con stoffe di vari colori. Secondo un’altra versione, sembra che Arlecchino sia stato al servizio di un avarissimo speziale che lo vestiva con le toppe dei propri abiti sdruciti.

Durante il periodo della Commedia dell’Arte, nella quale le Maschere di Carnevale Italiane raggiunsero un grande successo ed ebbero anche un pubblico europeo, gli attori che impersonavano Arlecchino, la trasformarono, conservando la maschera nera e il berretto bianco, sostituendo l’antico abito rappezzato con un elegante costume, nel quale le toppe dei tempi poveri sono vagamente ricordate da losanghe a colori alterni, ma ben disposte.




Ha una maschera nera e una spatola di legno. E’ stravagante e scapestrato, ma pieno di astuzia e di coraggio. Soffre di una brutta malattia: la pigrizia. Le sue doti caratteristiche sono l’agilità, la vivacità e la battuta pronta. Il suo principale antagonista è Brighella, che come dice il nome, è attaccabrighe e imbroglione, ossequioso con i potenti e insolente con i deboli.

Beppe Nappa

Beppe Nappa fa parte di quelle maschere che nascono tra sei e settecento con la Commedia dell’arte e le sue caratteristiche, come nel caso di tutte le maschere di carattere, si sono sedimentate nei secoli. La città d’elezione è Messina e la maschera indossata è un abito ampio di colore azzurro, con un berretto di feltro bianco o grigio sopra la calotta bianca. Tratti peculiari del carattere: golosità e pigrizia. La maschera, come Arlecchino, rappresentava nelle commedie un servitore.

Brighella

Brighella da Bergamo dal carattere scaltro e astuto, è il cuoco, il cameriere, il capo servitù, antagonista di Arlecchino e primo Zanni della Commedia dell’Arte. Attaccabrighe, imbroglione, chiacchierone; insolente con i sottoposti e insopportabilmente ossequioso con i padroni.
L’abito che Brighella si vanta di indossare è la “livrea”, simbolo dell’appartenenza al padrone: calzoni larghi e giacca bianchi, listati di verde, un mantello bianco, anch’esso con due strisce verdi, un berretto a sbuffo e la mezza maschera sul viso.
E’ con questa uniforme che esercita il suo potere sui semplici servitori.

Burlamacco

Il Burlamacco è il ‘logo’ del Carnevale di Viareggio ma è generalmente considerata l’ultima maschera italiana. Il nome Burlamacco fu suggerito a Bonetti da Buffalmacco, pittore fiorentino e personaggio del Decamerone. Bonetti sostituì la radice “buffa” con “burla”; ma l’idea gli dovette arrivare anche dal cognome lucchese Burlamacchi, già utilizzato per il canale del porto, il Burlamacca. E’ un pagliaccio con un insieme d’indumenti propri delle maschere italiane della Commedia dell’Arte: una tuta a scacchi biancorossi suggerita dal vestito a pezzi di Arlecchino, un ponpon da cipria rubato dal camicione di Pierrot, una gorgiera bianca e ampia alla Capitan Spaventa, un copricapo rosso a imitazione di quello in testa a Rugantino, un mantello nero svolazzante, tipico di Balanzone.

Capitan Spaventa (o Capitan Fracassa)

Il suo nome per intero è Capitano Rodomonte Spaventa, anche chiamato Capitan Fracassa. Capitan Spaventa è una maschera tradizionale italiana della regione Liguria dell’XI secolo. Ha un vestito a strisce colorate, gialle e arancioni, un cappello a larghe tese abbellito con piume colorate, ricchi stivali e una spada lunghissima che trascina facendo molto rumore. Ha baffi e un pizzo castano. E’ uno spadaccino temerario che combatte più con la lingua che con la spada (cioè parla e discute molto). Era solito prendere in giro gli ufficiali di quel tempo.

Dottor Balanzone

ll Dottor Balanzone e’ un costume tipico di Bologna; e’ una maschera che rappresenta un personaggio pedante e brontolone; spesso parla tanto e non conclude niente, ma e’ anche dotto e sapiente. In testa ha un cappello nero a larghe falde; indossa una toga lunga e nera, il panciotto e i pantaloni neri. Ha un merletto bianco sui polsi e, sul collo, un bel colletto di pizzo. Porta le calze bianche e delle scarpe nere con tanto di tacco. Ha i baffetti all’insu’. Molto spesso tiene un libro sotto il braccio che completa la sua immagine. Procede imperterrito nei suoi discorsi senza spaventarsi delle colossali baggianate che dice.

Fagiolino

Fagiolino nasce nel teatro dei burattini ed ha un nome e cognome: Fagiolino Fanfani. Maschera di Carnevale attiva a Bologna nell’800 grazie all’opera dei maestri burattinai Filippo Cuccoli e Augusto Galli.

Rappresenta un giovane bolognese, intelligente e forte di salute. E’ un chiacchierone ed è pronto a caricare di randellate chi se le merita; è ignorante anche se si crede molto istruito.

Ha il viso paffuto, sorridente e sulla guancia sinistra ha un neo. Non si ammala mai e non invecchia mai. Il suo nome sembra derivare da un bruco, che vive sui faggi e che ha nelle zampe posteriori due appendici che assomigliano a bastoncini che usa per picchiare gli altri bruchi. Fagiolino ha un berretto da notte con un grosso fiocco, indossa una corta giacca, ha la camicia con una cravatta a farfalla e calze bianche a righe rosse.

Gianduja

Gianduja è originario di Caglianetto, in quel di Asti, è una maschera popolare torinese nata nel 1798. Gianduia, deriva dall’espressione piemontese “Gioan d’la douja”, che vuol dire Giovanni del boccale. Questa maschera, prediletta dai piemontesi, deve il nome a una precauzione politica: fino al 1802, infatti, l’avevano chiamata Gerolamo, ma quell’anno, ai primi del nuovo secolo, i comici pensarono bene di ribattezzarlo per evitare che si potesse scorgere allusione al nome di Gerolamo Bonaparte, parente dell’imperatore. Ha tutte le buone qualità di un popolano piemontese, ma è caparbio e sospettoso, se non vede chiaro in quanto gli accade intorno. Indossa in testa un tricorno e la parrucca con il codino. Ha un costume di panno color marrone, bordato di rosso, con un panciotto giallo e le calze rosse. Sul collo porta un fiocco verde oliva e un ombrello sempre dello stesso colore. Ha le scarpe di color nero e i calzini rossi. Gianduja è un galantuomo, con buon senso e coraggio che ama il buon vino, la buona tavola e l’allegria. E’ proverbiale la sua distrazione.

Gioppino

Maschera di Bergamo compare tra la fine del ‘700 e i primi del ‘800 nelle province di Bergamo e Brescia. Gioppino è un personaggio rubicondo, buffo e simpatico, con una gran risata contagiosa.
Fa il contadino, ma questo lavoro non gli va perché deve faticare troppo e guadagnare poco.
Pieno di buon senso e di furbizia, cerca di arrangiarsi con lavoretti per arricchire di cibo la sua tavola.
Indossa dei calzoni corti una camicia ed una giacchetta; in testa porta un cappello morbido, porta con sè un bastone e si caratterizza per tre enormi gozzi, chiamati da lui “coralli” o “granate”.

Colombina

E’ una maschera del Veneto, nata a Venezia. L’unica maschera femminile ad imporsi in mezzo a tanti personaggi maschili è Colombina, briosa e furba servetta. E’ vivace, allegra e sapiente, civetta e furba, graziosa, bugiarda, maliziosa e pungente, spensierata, chiacchierina e parla veneziano. E’ molto affezionata alla sua signora, altrettanto giovane e graziosa, Rosaura, e pur di renderla felice è disposta a combinare imbrogli su imbrogli. Con i padroni vecchi e brontoloni va poco d’accordo e schiaffeggia senza misericordia chi osa importunarla mancandole di rispetto. Indossa una cuffia e un vestito a fiori bianchi e blu che spiccano sulla gonna blu e sulle calze rosse. Sulla fibbia delle scarpe c’è un fiocchetto azzurro. Prende in giro le persone che le stanno vicino ed è portata a farsi beffe di loro.

Cenni storici – La maschera di Colombina si trova già nelle commedie di Plauto, fra le furbe ancelle, ciniche e adulatrici, sempre pronte a suggerire alla padrona malizie e astuzie.
Da antica schiava, Colombina nel ‘500 diventa la Servetta complice interessata ai sotterfugi domestici e amorosi della padrona. Il nome di Colombina compare per la prima volta nella Compagnia degli Intronati verso il 1530.
Colombina è sempre l’Amorosa o la moglie di Arlecchino, assumendo il nome di Betta, Franeschina. Diamantina, Marinetta, Violetta, Corallina o anche Arlecchina, secondo le rappresentazioni.
Servetta del teatro italiano e Soubrette di quello francese, Colombina ai nostri tempi finirà dopo essere passata, conservando più o meno i tratti originali del carattere, per l’opera buffa, il varietà, l’operetta per approdare alla Commedia.




Meneghino

Meneghino è una maschera che viene dalla Lombardia, precisamente da Milano. Meneghino o Domenichino è la maschera milanese quindi per eccellenza, inconfondibile con il suo cappello a tre punte e la parrucca con codino alla francese.
Vestito di una lunga giacca di velluto, calzoni corti e calze a righe rosse e bianche, Meneghino impersona un servitore rozzo ma di buon senso, che non fugge quando deve schierarsi al fianco dei suoi simili.
Generoso e sbrigativo, è abile nel deridere i difetti degli aristocratici.
Pur affermandosi come maschera della Commedia dell’Arte nel Sei, Settecento, probabilmente le origine del suo nome risalgono ai “Menecmi” di Plauto, al “Menego” di Ruzante, oppure più semplicemente dal nome dei servi utilizzati nelle ricorrenze domenicali, chiamati dai milanesi “Domenighini”.
E’ un servo vestito alla popolana e non porta la maschera. Spavaldo a parole, ma cauto nei fatti è all’apparenza egoista ma con un’anima caritatevole.

Meo Patacca

Meo Patacca è la maschera romana, che assieme a quella di Rugantino, rappresenta il coraggio e la spavalderia di certi tipi di Trastevere, il quartiere più popolare di Roma. Spiritoso ed insolente, Meo Patacca é il classico bullo romano, sfrontato ed attaccabrighe, esperto ed infallibile tiratore di fionda, ma in fondo, generoso e di animo aperto. Gli piace é vero fare lo spaccone e parlare in dialetto romanesco, in modo declamatorio, ma poi all’occorrenza non fugge. Anzi, quando ci scappa la rissa, si getta nella mischia e la sua fama é ben nota in Trastevere e in tutta Roma. Il suo nome deriva dalla “patacca”, il soldo che costituiva la paga del soldato. Il suo costume è costituito da calzoni stretti al ginocchio, una giacca di velluto strapazzata e per cintura una sciarpa colorata nella quale è nascosto un pugnale. I capelli sono raccolti in una retina dalla quale sporge un ciuffo caratteristico.

Pantalone

Maschera veneziana, vive nel Veneto, con alcuni aspetti che la legano alla maschera di libertino credulone, beffeggiato e sempre scontento, dell’antico teatro classico.
Assomiglia alla maschera bolognese del dottor Ballanzone e ad alcuni personaggi di Molière come Arpagone e Sganarello.Pantalone è sempre d’età avanzata, impersona infatti un vecchio mercante veneziano avaro e brontolone, talora scapolo con tutto il ridicolo di chi, ormai maturo, vuol piacere ancora. Crede solo nel denaro e nel commercio: autoritario e bizzarro è però facilmente raggirato dalla moglie e dalle figlie quando è sposato.
Arricchito, burbanzoso e sputasentenze, avaro e diffidente, per far sfoggio della sua autorevolezza si intromette, non invitato, in dispute e alterchi e, puntualmente, finisce col ricevere botte da entrambi i contendenti. Veste sempre molto semplicemente: ai piedi porta le pantofole; ha un camicione e una calzamaglia rossi con un colletto bianco e sopra indossa un mantello nero. Porta una maschera in faccia e una cinta alla vita. In testa ha una cuffia aderente che sembra un tutt’uno con la maschera. Nel tempo il costume di Pantalone è cambiato, ma ha sempre conservato la caratteristica zimarra nera. Pantalone ha un carattere particolare: è nervoso e “rompiscatole” perché è il vecchio brontolone e testardo. Lui spende poco, è attaccato al suo denaro. Qualche volta la gente lo lascia perdere perché si lamenta sempre.

 

Pierrot

La maschera di Pierrot nasce in Italia verso la fine del Cinquecento.

Il nome di Pierrot è un francesismo che deriva dal personaggio italiano della Commedia dell’Arte Pedrolino, uno dei primi Zanni, interpretato, nella celebre Compagnia dei Gelosi, da Giovanni Pellesini, alla fine del ’500.

 

Pulcinella

Questa maschera con due gobbe e il naso adunco può considerarsi la più antica del nostro Paese. Già conosciuta ai tempi dei Romani e sparita con l’arrivo del Cristianesimo, la maschera di Pulcinella è risorta nel ‘500 con la Commedia dell’Arte.
Da allora questa maschera personifica virtù e vizi, del borghese napoletano, ma, accolto in tutta Europa ha assorbito le caratteristiche nazionali: in Inghilterra è Punch, corsaro e donnaiolo; in Germania è Pulzinella e I-lanswurst cioè Giovanni Salsiccia; in Olanda è Tonelgeek; in Spagna è Don Christoval Polichinela.
La maschera di Pulcinella si adatta ad ogni ruolo: padrone, servo, domestico, magistrato, ma in nessun caso atletico. Sobrio nei movimenti, lento, goffo e di poche parole, ma, quando parla, è sempre secco e mordente. Derivazioni locali della figura di Pulcinella possono essere considerati i trasteverini Meo Patacca e Marco Pepe, il bravaccio popolare napoletano Sitonno, e forse anche la caratteristica figura bolognese del Birichino.

Rosaura

Rosaura vive e abita a Venezia con il genitore Pantalone, ricco mercante, in un bel palazzo sul Canal Grande. La cameriera è Colombina che si presta sempre ad aiutare Rosaura anche a spedire lettere indirizzate a Florindo l’innamorato.

Rugantino

Personaggio del teatro popolare romanesco, il cui nome sembra derivare dal dialettale “ruganza” (arroganza). Il romanissimo Rugantino deve il nome all’abitudine di “rugà”, di agire e parlare con strafottenza.
Il suo tratto caratteristico è quello di un provocatore, linguacciuto e insolente, ma in realtà, è un can che abbaia ma non morde. In fondo è anche un pò vile.
“Cerca rogna, je puzza de campà, je rode”, minaccia, promette di darle, ma le prende, consolandosi con la battuta divenuta giustamente celebre: “Me n’ha date tante, ma quante je n’ho dette!”.
Agli inizi della sua carriera era vestito come un gendarme, si ricollegava in questo ai Capitani della commedia dell’arte, ma con il tempo, ha indossato i panni civili, assumendo un carattere più pigro e bonario, che ne farà l’interprete di una Roma popolare ricca di sentimenti di solidarietà e giustizia. Vero e proprio antenato del moderno bullo di periferia sempre pronto a sbeffeggiare il potere costituito e a difendere coloro che la miseria finisce col porre fuori legge.
Povero l’abito, ma pieno di baldanza: pantaloni consunti al ginocchio, fascia intorno alla vita, camicia con casacca e fazzoletto intorno al collo.

Sandrone

E’ una tipica maschera dell’ Emilia Romagna. Il suo cappello sembra una cuffia da notte: e’ di lana rossa. Porta una giubba verde, una panciera bianca con pallini rossi, i calzoni corti color marrone, le calze rigate bianche e rosse. Le scarpe sono molto grosse. Ha il faccione color vino, di cui e’ molto amico; spesso ha in mano un fiasco di vino rosso. E’ il caratteristico contadino ignorante, ma pieno di buon senso e di furberia: talvolta e’ falso e bastonatore, cioe’ ama picchiare, a ragione o torto.

Stenterello

E’ una maschera della tradizione italiana, tipica della Toscana. Indossa una giacca blu con il risvolto delle maniche a scacchi rossi e neri. Ha un panciotto puntinato verde pisello e dei pantaloncini scuri e corti. Ha una calza rossa e una a strisce bianco e azzurro con le scarpe nere. In testa porta un cappello a barchetta nero e una parrucca con il codino. E’ molto generoso con chi è più povero di lui, è dotato di arguzia e di saggezza che, unite all’ottimismo, gli fanno superare le avversità della vita. Spesso è ricercato dai suoi creditori.

Tartaglia

Maschera della Commedia dell’Arte di origine napoletana. Prese il nome di Tartaglia dalla balbuzie che la distingueva. Si prestò ad impersonare ora il servo astuto, ora il pedante, ora l’avvocato intrigante, ora lo speziale. E’ una maschera spassosa e ridanciana e non riveste mai parti tristi o tragiche.
Celebre Tartaglia fu il comico napoletano Nicola Cioppo, con il quale deve essere ricordato il suo successore Agostino Fiorilli.

 

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