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L’aborto volontario. Aspetti psicologici, sociali e culturali di un lutto ‘negato’

Evento oramai ignorato e ghettizzato dalla cultura sociale e medica, l’aborto volontario (interruzione volontaria di gravidanza) risulta essere priva ad oggi, del suo significato reale di morte (del bambino) e di perdita (per la madre). Ogni perdita dovrebbe prevedere un lutto di contro, la società occidentale moderna tende a negare tale possibilità alla donna. Non si può soffrire per ciò che si è scelto volontariamente.

L’aborto volontario e la sua connotazione sociale

L’aborto si connota così come esperienza di morte neutra o addirittura spensierata (“è meglio così“). Scegliere tra la vita e la morte rende l’aborto un evento luttuoso molto difficile da elaborare, e tende ad essere una decisione che porterà ad un doppio lutto, di perdita e di perdita di scelta, un lutto intimo e raramente condiviso e condivisibile (Scotland, 19888; Reisser, 1999; Kero & Lalos 2000).

Colei che sceglie di rinunciare al proprio figlio viene giudicata persona che possiede una completa consapevolezza di ciò, fatto che non prevede sentimenti luttuosi e difficilmente viene interpretata come una scelta emotivamente sofferta (Congleton e Colhaun 19993).

Lutto e senso di colpa

Il senso di colpa accompagna le donne per anni; dopo un aborto la donna è più vulnerabile allo stress e rischia di andare incontro al cosiddetto lutto complicato, caratterizzato da sintomi che riguardano aspetti depressivi, sintomi tipici del panico, disturbi del comportamento alimentare o da uso di sostanze (Bradshaw & Slade 2003; Brockinton 2000).

Il lutto conseguente ad un aborto più di altri lutti viene vissuto in sordina, accompagnato da sentimenti di confusione, colpa, rabbia, prostrazione, vuoto, con altissimi livelli di sofferenza. Il giudizio legato all’atto incute timore di riprovazione sociale e discredito, che spinge la donna ad isolare il proprio dolore e a prenderne le distanze, negando la sua stessa sofferenza nel tentativo di auto-curare una disperazione percepita come non condivisibile.

Un dolore vissuto in sordina

Il non trovare sempre interlocutori adeguati ai quali poter esprimere il proprio dolore e l’inaccessibilità a risorse familiari, sociali ed istituzionali non consente alle donne un’elaborazione adeguata del trauma. Tutto ciò acuisce il senso d’isolamento e d’indegnità.

Lo sanno bene le donne Irlandesi, protagoniste in tempi recenti di una svolta epocale, ossia dell’abrogazione dell’articolo 8 della Costituzione, grazie alla vittoria dell’ultimo Referendum che ha proclamato il diritto finalmente, all’aborto come libera scelta. Il 66.4% si è dichiarata a favore del “SI”, ponendo fine alle migliaia di viaggi all’estero per tutte le donne che decidevano di abortire.

L’interruzione di gravidanza prevede inoltre, per la donna, la perdita della propria immagine di persona, di figlia, di donna, di compagna, cittadina. Le conseguenze psicologiche del lutto sono ravvisabili anche a mesi ed anni di distanza, contemplando dubbi sull’appropriatezza della decisione presa o sui giudizi negativi legati all’evento (Broen et al. 2005; Broen et al 2004).

Il lutto complicato prevede vissuti depressivi oltre alla sindrome del “IF ONLY”:  se avessi aspettato, se avessi saputo, se avessi avuto coraggio … . Le differenze soggettive e di genere legate poi a pregiudizi culturali, ad assolutismi e condanna morale d’indegnità, costringono molte donne ad abortire in segreto, mantenendo così segreto non solo l’aborto ma persino il lutto che ne deriva, anche per una vita intera.

Molte donne riescono  a liberarsi di tale croce dopo aver trovato la forza di condividerla con altri, fatto che darà il via ad un processo di liberazione da un peso rimasto inalterato per anni (Reisser 1999).

L’aborto volontario in Italia

Così  come l’Irlanda, “terra secolare di radici cattoliche” è riuscita a compiere un passo verso la modernità e l’apertura, l’Italia va in controtendenza. Diminuiscono le interruzioni volontarie di gravidanza, dato spacciato dal Ministero della Salute come trend positivo. In realtà, tale situazione non è accompagnata da un aumento delle nascite bensì dall’aumento della presenza degli obiettori di coscienza tra le professioni sanitarie.

A 40 anni dall’approvazione della Legge 194, Silvana Agatone, Presidente LAIGA, dichiara che il 40% degli ospedali italiani opera fuori legge. Ciò porta a fare considerazioni ovvie rispetto al ritorno degli aborti clandestini sui quali non esistono dati ufficiali.

Nel 60% dei nostri ospedali non è possibile praticare un’ interruzione volontaria di gravidanza. Viene così a mancare non solo equilibrio tra l’esercizio di un diritto (obiettori/non obiettori), ma viene anche a mancare il riconoscimento della libertà individuale, rispetto alla scelta della maternità o meno, rendendo ulteriormente scotomizzata la rappresentazione femminile nella società: donna libera ed autonoma versus madre per destino.

Dott.ssa Francesca G. Camìsa Parenzàn

Bibliografia

www.psico-terapia.it, “L’aborto volontario”, di Claudia Ravaldi.

www.lastampa.it, sezione OPINIONI,”Troppi obiettori? Tornano gli aborti clandestini”, 22/05/2018.

www.ansa.it, Redazione AnsaLondra.

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