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L’importanza delle favole per i bambini. ‘Mamme e papà raccontate le storie ai vostri figli’

Raccontiamoci storie, coccoliamo i nostri bambini con favole fantastiche, dedichiamo una parentesi della giornata a un bel libro colorato. Il consenso è unanime: sia pediatri che insegnanti convengono sul fatto che leggere ai bambini fin dalla tenera età faccia bene.

Abbiamo voluto parlare di parole, lettura e fantasia con Gianluca Caporaso, che, come si autodefinisce è un lettore e narratore. Gira in lungo e in largo la penisola italiana raccontando storie, organizzando eventi di promozione alla lettura, conducendo laboratori di scrittura creativa e fantastica con bambini e adulti. Alcuni brani tratti da due suoi libri Punteville e Geofantastica editi da Lavieri Edizioni entreranno nei sussidiari Avventure di Carta della Fabbri Erickson editori per le scuole elementari.

Quando è nata e come la sua passione…per la parola scritta e letta?

Ho cominciato a leggere relativamente tardi. Direi che in primo luogo vi fu la parola narrata. Da bambino ascoltavo fiabe mettendo dischi nel mangianastri e le imparavo a memoria simulando ai più grandi la mia capacità di lettura. Ascoltavo poi sempre le stesse storie di guerra di mio nonno, che fu ferito, così raccontava, ad Addis Abeba e riportato in Italia con l’aereo dei militari. La mia relazione con la parola scritta è iniziata relativamente tardi, da adolescente, quando mi capitò di leggere in contemporanea due libri: I ragazzi della Via Pal e la Bibbia, in una versione piena di storie donatami da mia madre. Fu allora che iniziai a trovare piacere nella lettura, fino a quando, poi, non mi innamorai perdutamente dei poeti maledetti. Da lì non ho più smesso.

Per sua esperienza professionale quanto è  potente e  forte la “parola” nell’infanzia di un bambino?

Nella mia esperienza la parola è legame al di là dell’anagrafe. Per me la parola è pelle ed è cucitura, è guscio e ramo. Nel senso che la parola copre e rassicura, offre fiducia e vertigini al tempo stesso, è la condizione per sentirsi a casa e per viaggiare. Per me la parola vale come l’esperienza dello specchio di Perseo e come momento originario, orfico, generativo.

Quali imprinting lascia a suo avviso un approccio precoce con la lettura e al contrario un avvicinamento alla stessa in età diciamo avanzata del bambino.

Non so dire. Credo e penso che l’avvicinamento alla lettura sia legato alla vita e alle esperienze. Legare la lettura alla bellezza dello stare insieme, del tempo dedicato, “dell’aver cura invece di curare”, sia il vero segreto di un avvicinamento. Non credo all’età, credo al fatto che la qualità delle relazioni crei condizioni per vivere esperienze. Io non sono uno che ha paura dell’analfabetismo letterario, mi spaventano le solitudini.

Il libro può essere ancora una salvezza per i giovani di oggi intrappolati da tecnologie e social ?

I social sono senza dubbio una nuova dimensione con la quale credo si debba fare i conti. Non so darmi risposte, ma li considero di sicuro nuovi elementi della quotidianità e in quanto tali mi interrogo sul loro contributo ai linguaggi e quindi ai modi che gli uomini conoscono per entrare in relazione con l’altro e con l’altrove.
Di mio, per esempio, posso dire che i cartoni animati, di cui facevo scorpacciate da bambino, hanno contribuito in modo molto potente alla “formulazione” delle mie storie ovvero a quel gioco di differenze nelle ripetizioni che creano una vera a propria architettura di passi, una mappa della narrazione che consenta a chiunque di poggiare con sicurezza e libertà il proprio passo.

Qualche episodio le è restato impresso nei suoi innumerevoli incontri con i bambini?

La cosa che non smette di impressionarmi è che quando comincio i miei incontri con i bambini chiedo sempre la stessa cosa: per alzata di mano mi dite se a casa qualcuno vi racconta le storie?

La stragrande maggioranza dei bambini, da Torino alla Sicilia, non alza la mano. Ecco, questa cosa mi impressiona sempre. Se potessi giocare a una fantastica archeologia del gesto direi che trattasi di popolazione piena di uomini soli tutti chiusi nelle loro frettolose e risibili faccende domestiche, incapaci di alzare lo sguardo e dire all’altro, dandogli la mano: “adesso stiamo insieme e ci raccontiamo le storie”. Perché poi io continuo a illudermi del fatto che le storie servano soprattutto a creare legami. Puntualmente, alla fine dei miei racconti, trovo qualche bimbo che mi viene ad abbracciare come se in quell’ora del nostro tempo fossimo diventati amici.

Un’ultima riflessione sugli adulti che si mettono alla prova con la scrittura creativa e credono e giocano con la fantasia…

A dispetto delle stupidità utilitaristiche per cui le cose hanno validità solo se producono economie, penso che la fantasia sia uno straordinario esercizio di modulazione della nostra relazione con il mondo, uno strumento della nostra intelligenza e della nostra grazia finalizzato a trovare armonie. Quanto agli aspiranti scrittori, di mio posso soltanto dire che chi vive tutto questo come un’ansia di irripetibilità e un desiderio di successo, commette una grave ingenuità e tradisce il senso della scrittura.
A mio avviso uno scrittore è un meraviglioso manifesto della incompiutezza, un essere lunare che si avvera e si illumina soltanto se gli altri, recuperando i suoi segni, gli danno la luce. Ecco, uno scrittore, ma un artista in genere, un cantante, un pittore, un uomo di teatro è uno che racconta al mondo, anche senza dirlo, della necessità dell’altro.

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